Meloni: psicofarmaci usati come droghe
27 marzo 2009 ore 9:34 am | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Notizie, Rassegna Stampa | Nessun commentoTag:Disagio giovanile, Droga, Giovani, Psicofarmaci, Tranquillanti
“I dati diffusi oggi dal CNR sul consumo di sostanze psicotrope tra i giovani è allarmante, soprattutto considerando che stiamo parlando di una indagine condotta su sedicenni. In particolare, a colpire negativamente è il 10 per cento di adolescenti italiani che fanno uso di tranquillanti e sedativi senza prescrizione medica, collocandosi al quarto posto di questa drammatica graduatoria” lo ha detto il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.
“Considero qualunque tipo di droga causa e sintomo di un disagio profondo – spiega il ministro – La fuga dalla realtà o la sua distorsione, anche temporanea, è una sconfitta generazionale a cui non so proprio rassegnarmi”.
“Gli psicofarmaci – continua Meloni – vengono oggi probabilmente visti come una ‘non droga’, come una semplice medicina, magari già assunta in famiglia e dunque disponibile nella farmacia di casa. Se un tempo la droga era una scelta di rifiuto della ’società’, oggi è, all’opposto, una scelta di omologazione e normalizzazione. Perciò è essenziale che le istituzioni e la comunità lavorino insieme. Scuola, famiglia, politica, sport, nessuno è escluso. Occorre offrire modelli positivi e positive forme di emulazione da seguire. Noi con il ministero della Gioventù abbiamo proposto le comunità giovanili, spazi di libertà organizzati dai giovani per i giovani, con musica, teatro, danza, convegni, mostre: avamposti di cultura, legalità e aggregazione”.
Droga: Meloni, Drogarsi non sara’ mai un diritto
13 marzo 2009 ore 3:20 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni | Nessun commentoTag:Droga
Trieste, 12 mar. (Apcom) – Il ministro delle Politiche giovanili Giorgia Meloni auspica che la V Conferenza nazionale sulle politiche antidroga “possa segnare una discontinuità col passato e possa far mettere da parte le ideologie”. Lo ha sottolineato nel suo appassionato intervento della conferenza che si apre oggi a Trieste. Il ministro Meloni ha indicato tra le cose da fare l’importanza del tema della “riforma dei servizi, di tutti i servizi perchè molti di essi seguono una logica superata”.
Giorgia Meloni ha indicato due princìpi guida per quanto riguarda le politiche contro la droga: “Drogarsi non sarà mai un diritto nè una scelta di libertà – ha spiegato il ministro – il secondo principio è la necessità di recuperare ciascun singolo tossicodipendente. Questi sono i due princìpi che fanno la differenza – ha proseguito – e devono essere assunti da tutta l’Italia per combattere il tema della droga. Non è libertà scegliere di drogarsi e non credo alle persone condannate a vita al metadone o all’eroina”.
Il ministro Meloni ha poi sottolineato il rapporto che le nuove generazioni hanno con le sostanze stupefacenti, un rapporto definito dallo stesso ministro “quasi naturale e per questo ancora più pericoloso”. “L’approccio alla droga delle generazioni di oggi – ha spiegato – è quasi di convivenza e per questo è sconvolgente”.
Sulla necessità di riformare i servizi e di aggiornare i programmi di Sert e delle comunità di recupero si è soffermata poi il ministro Meloni per arrivare quindi a parlare di prevenzione. “Prevenire il disagio – ha proseguito – è fondamentale anche se nel nostro approccio c’è un dato negativo: prima di combattere il male è necessario promuovere il bene attraverso modelli positivi che i giovani possono seguire. Come ministero abbiamo proposto un Ddl che istituisce le comunità giovanili che sono spazi di libertà per i giovani dove possono usare internet, fare attività musicale, teatro e danza, un avamposto di cultura, aggregazione, una cattedrale nel deserto delle periferie. Per combattere la droga – ha continuato – devono essere coinvolti tutti, la scuola, la politica, la famiglia e lo sport. Nessuno – ha concluso il ministro – è escluso da questa battaglia”
Droga, Meloni: occorre avviare una riforma dei servizi
12 marzo 2009 ore 11:00 am | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni | Nessun commentoTag:Comunità giovanili, Droga, Metadone, Prevenzione, Sert, Servizi pubblici, Tossicodipendenze
«Mettere al bando le ideologie»
Una delle prime cose da fare, per migliorare l’approccio al problema delle tossicodipendenze, è una riforma dei servizi, ”che sono tutti, pubblici e privati, figli di una logica superata”: lo ha detto il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, intervenendo alla Conferenza nazionale sulle politiche antidroga in corso a Trieste. Il ministro ha spiegato che i giovani non si avvicinano ai Sert perché non si vedono come tossicodipendenti: ”Eppure nei servizi pubblici – ha aggiunto – ci sono tanti operatori che lavorano duro dalla mattina alla sera” e lo stesso vale per le Comunità terapeutiche: ”Splendide isole dove si sono salvate generazioni di tossicodipendenti”, ma i cui programmi spesso oggi ‘’sono datati”.
Per entrambi, pubblico e privato, esiste poi l’annoso problema delle risorse e dei ‘’soldi che non arrivano dalle Regioni – ha sottolineato il ministro – soprattutto da alcune Regioni, e questo per un retaggio ideologico”. Per Meloni, infatti, la prima cosa da fare è quella di ”mettere da parte le ideologie, che soprattutto nel campo della droga hanno provocato più danni che risposte”.
Il ministro ha poi insistito sul concetto di ”recupero” del tossicodipendente, che ”non va abbandonato alla cronicità: non mi rassegno a persone condannate a vita al metadone o alla stessa eroina”.
“I principi sui quali il governo si muove sono due: il primo è che drogarsi non sarà mai un diritto, una scelta di vita, una presunta scelta di libertà; il secondo è che non dobbiamo credere di poter recuperare ciascun tossicodipendente e non dobbiamo mai condannare qualcuno a una condizione di cronicità”, ha spiegato il ministro. “Non mi rassegno che si possa considerare libertà – ha aggiunto – scegliere che tipo di droga assumere”. “Un’altra grande questione da affrontare – ha detto – è quello della prevenzione offrendo anche modelli positivi e positive forme di emulazione da seguire. Noi con il ministero della Gioventù abbiamo proposto le comunità giovanili, spazi di libertà organizzati per giovani, con musica, teatro, danza, convegni, mostre, cioè avamposti di cultura e legalità e aggregazione. Su questa sfida siamo tutti coinvolti: scuola, famiglia, politica, sport, insomma nessuno escluso”.
Tratto da www.gioventu.it
Sicurezza stradale: Meloni, grande sfida contro la cultura dello sballo
11 marzo 2009 ore 3:24 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni | Nessun commentoTag:Droga, Progetto naso rosso, Sicurezza stradale
Dai “tre milioni di euro per la lotta alle stragi del sabato sera” alla “campagna Naso Rosso per combattere la cultura dello sballo”. Questi alcuni dei provvedimenti illustrati dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, durante il question time alla Camera in cui ha evidenziato “l’approccio del ministero” ai fenomeni della devianza giovanile.
“Ci stiamo muovendo prevalentemente sulla capacità di offrire alternative al disagio – ha spiegato il ministro -. Per questo c’è già un disegno di legge che istituisce le Comunità giovanili, dove sarà possibile fare teatro, musica e cinema, e dove si farà anche prevenzione e informazione sulla devianza”.
“Ma la devianza – ha precisato Meloni – dipende anche dall’incertezza e dalla precarietà, e il ministero ha attivato due iniziative: il bando Giovani protagonisti, appena chiuso, e il progetto per la cultura d’impresa nell’università”. L’esponente del governo ha concluso annunciando che il suo dicastero utilizzerà anche i mezzi di comunicazione per pubblicizzare le iniziative virtuose e “creare emulazione positiva” nei giovani.
Meloni: più attenzione ai problemi dei giovani
9 settembre 2008 ore 4:15 pm | In Non categorizzate | Nessun commentoTag:Azione Giovani, Droga, Giovani, Scuola
Tra giornalisti, opinionisti e massmediologi, il Ministro della gioventù Giorgia Meloni ha dettato le linee guida che caratterizzeranno la sua gestione. Nel capoluogo toscano, davanti ad una folta platea, ha parlato chiaro: «Non credo nelle politiche giovanili in quanto tali, come non credo nelle politiche di “genere”. L’opera politica è sempre al servizio della nazione e deve farne il bene, senza preclusioni». Il suo tono deciso e sicuro, ha schivato con attenzione le provocazioni pungenti di Klaus Davi, noto esperto di comunicazione: “Il nostro paese ha una propria storia, una propria identità ed una propria tradizione – ribatte il Ministro Meloni – e la nostra democrazia non può ridursi a scimmiottare quella americana, perché presenta delle grandi differenze di fondo. Occorre più dialogo con i giovani, affinché non ci si fermi agli stereotipi. Anche la televisione, troppo spesso, mira a fare audience senza mettere realmente in scena il talento o le capacità dei ragazzi”. Ancora più chiara, forte della sua esperienza personale da presidente di Azione Giovani (movimento giovanile di Alleanza Nazionale), è stata la risposta sulla questione della politica tra i giovani: “I movimenti giovanili hanno un ruolo importante, che non può e non deve limitarsi a quello svolto dai partiti di appartenenza, ma deve nutrirsi di una propria specificità e di una propria autonomia.
La politica non deve ridursi ai dibattiti televisivi e al web, ma deve mantenere viva quella pulsione sanguigna che animava le manifestazioni di piazza e che era il frutto di un interesse vero. La militanza politica è un donarsi quotidiano, disinteressato, che presuppone il mettersi al servizio delle idee nelle quali si crede”. A chi le chiede cosa pensi del rapporto tra il mondo politico/partitico e la galassia giovanile, risponde subito che “la nostra classe politica pecca di una mancanza di dialogo con le giovani generazioni e, quando ci prova, rischia di apparire fuori luogo. Ecco che riemerge il compito dei movimenti giovanili. Devono essere i giovani a parlare con i propri coetanei: per trattare l’argomento delle stragi del sabato sera la soluzione migliore è portare, scuola per scuola, i sopravvissuti agli incidenti o gli amici di alcuni vittime e far raccontare loro le esperienze vissute; per parlare con un tossicodipendente è necessaria la presenza di un giovane che è uscito dal tunnel della droga e che può aiutarlo a fare altrettanto”.
Articolo di Marco Scatarzi tratto da: Opinione.it
La Meloni: “Il vero ribelle è chi non si droga, farsi è solo da sfigati”
1 settembre 2008 ore 1:30 pm | In Interviste, Rassegna Stampa | 3 CommentiTag:Droga
Il ministro per le Politiche giovanili: “Esiste una vera e propria emergenza. Ma il problema non sono le discoteche”
da Roma
Quando la raggiunge la notizia dell’indagine-choc, visto che è una trentenne anche lei, Giorgia Meloni, ministro della gioventù, sta prendendo un aperitivo al ritorno dal mare, in un locale affollato, come migliaia di suoi coetanei nello stesso momento. E se le si chiede un parere sull’immagine di una generazione a rischio-droga, non ha il minimo dubbio: «È un problema che è stato troppo a lungo sottovalutato. Esiste una vera e propria emergenza, che non può essere affrontata solo quando c’è il mostro di turno da sbattere in prima pagina».
Ministro Meloni, «emergenza» è una parola grossa.
«No, guardi, è la parola giusta. So di cosa parlo, perché questa è la mia vita, quella dei miei amici, quella dei miei coetanei: la mia, la nostra, è la generazione dell’insicurezza strutturale».
Lei pensa che le droghe siano figlie di un disagio?
«Per capirlo non c’è bisogno di qualche ricerca demografico-sanitaria! È il modo in cui i giovani vivono nella società, l’assenza di qualsiasi certezza, che li espone alla tentazione dell’evasione perenne».
Vuol dire che si può passare dall’insicurezza alle pasticche?
«Oh, sì, molto spesso e molto facilmente. Ti senti debole, privo di identità: e allora la forza che non hai te la danno il tuo branco e le pastiglie. La gioia che non riesci a trovare la insegui sulle ali dello sballo».
Non crede che ci sia un rischio giustificazionista?
«Ma il mio discorso è esattamente l’opposto! Sono i media e la società di oggi che giustificano. Io credo che si debba ribaltare lo schema».
Ovvero?
«Per me è vitale far capire ai ragazzi che chi si impasticca dalla mattina alla sera è una sfigato. Non è un vincente, ma un mezzo fallito».
Ma chi è che costruisce questa «morale dello sballo»?
«Guardi, basta che lei accenda la radio e senta uno dei cento gruppi che inneggiano alle canne o agli acidi».
Nomi, nomi…
«Nomi? Ma basta scorrere la hit parade. C’è un gruppo che si chiama Prozac: secondo lei è perché sono sponsorizzati da una ditta farmaceutica?».
Anche nel centrodestra c’è chi dice che la soluzione sia chiudere prima i locali.
« (sospira) … ».
Non sospiri. Mi dica.
«La metto così: il problema è chiudere prima i locali, o cercare di capire cosa ci succede dentro? Se te ne vai a casa a mezzanotte, come Cenerentola, la pasticca non la prendi più?».
E se uno provasse a capire, come dice lei?
«Magari salviamo qualche vita di più. Ad esempio se i buttafuori, invece di sbattere fuori a calci quello che è strafatto, sono in grado di rimetterlo in piedi o di capire se ha bisogno di assistenza, e quale».
Bisognerebbe formarli, allora.
«Esatto. Diamogli una preparazione, e un patentino, e magari salviamo qualche vita. Però, ripeto, non sono solo le discoteche il problema».
In che senso?
«Mi ha colpito molto la storia della madre che si è buttata con il figlio in preda alle allucinazioni… Era a casa sua!».
Ha detto che trovare la droga è facilissimo.
«Appunto. E ora è diventata la prima combattente contro le droghe. Come la ragazza che è finita in coma per una pasticca e ora gira le scuole a raccontare la sua storia».
Lei vorrebbe che non fosse un caso isolato…
«Quando parliamo di educazione alla cittadinanza, penso a cose come questa».
Pensa che questo sia utile?
«Vale molto più di mille prediche paternalistiche. Contano molto più le loro testimonianze che le chiacchiere del ministro Meloni. Io credo molto negli esempi. Credo nei ribelli».
Detto da un ministro…
«Certo. Per me, oggi, chi non si droga è il vero anticonformista. È il vero ribelle alla melassa del “caliamoci” e via. E questi sono la maggioranza di una generazione».
E i nuovi tossicodipendenti chi sono?
«Non sono dei nemici della società. E nemmeno sono un danno da ridurre: l’idea della “riduzione del danno” fa comodo alla società che non vede l’ora di togliersi un problema fastidioso da sotto gli occhi».
articolo di Luca Telese
tratto da Il Giornale n. 35 del 2008-09-01
Chi si droga è solo uno sfigato
1 settembre 2008 ore 12:46 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Notizie | Nessun commentoTag:Droga
Sicurezza, affondo del minsitro Meloni
A pochi giorni dall’introduzione dei test antidroga sulle strade italiane, il ministro per le Politiche giovanili, Giorgia Meloni, torna a parlare del boom delle sostanze stupefacenti nel nostro Paese, puntando il dito contro i media e la cultura dello “sballo”. “Credo che si debba ribaltare lo schema – ha detto -. E’ vitale far capire ai ragazzi che chi si impasticca dalla mattina alla sera e’ uno sfigato. Non è un vincente, ma un mezzo fallito”.
“E’ un problema che è stato troppo a lungo sottovalutato – ha aggiunto la Meloni durante un’intervista a Il Giornale – Esiste una vera e propria emergenza, che non può essere affrontata solo quando c’è il mostro di turno da sbattere in prima pagina”. Commentando i dati sui controlli effettuati sulle strade del Veneto, da cui è risultato che quasi un conducente su due ha assunto alcol o droghe prima di mettersi alla guida, il ministro di An accusa i media e la società.
Nel mirino della Meloni c’è soprattutto la tendenza a giustificare la ricerca dello sballo, presentato come unico obiettivo di felicità per i giovani. “Occorre far capire ai ragazzi che ci si droga è uno sfigato, un fallito, non un vincente”, ha spiegato al quotidiano, parlando della sua generazione come quella “dell’insicurezza strutturale”.
tratto da: www.tgcom.it
Giorgia Meloni: “Vado in moto, niente auto blu”
28 luglio 2008 ore 1:03 pm | In Interviste | 3 CommentiTag:Droga, Gossip, Luxuria, Programmi, Santantchè
Intervista al Ministro della Gioventù
È il più giovane ministro della storia repubblicana, a soli 31 anni, considerata da molti un enfant prodige della politica. Appena insediata ha cambiato il nome del suo ministero: «Ministero della Gioventù, rende meglio l’idea del legame che c’è e ci deve essere tra lo Stato e i giovani».
Nella sua stanza, al quarto piano di un palazzo con un affaccio spettacolare sulla Galleria colonna, è immersa nel suo lavoro, tra un Consiglio dei ministri appena terminato, l’organizzazione di Atreju (la festa settembrina di Azione Giovani), telefonate, appuntamenti, riunioni. Tailleur blu, camicia azzurra, dello stesso tono dei suoi occhi, Giorgia Meloni, ministro da ormai due mesi, prova a rimanere fedele alla sua vita di sempre, al suo motorino, alla sua voglia «di essere una persona normale».
Sbirciando nei rotocalchi di cronaca rosa, sembra che questo, però, non sia più possibile?
«È vero e questo mi fa molto soffrire. Non si può vivere con l’incubo dei paparazzi. Siamo arrivati al punto in cui, qualsiasi cosa si faccia, ci si ritrova fotografi ovunque, nascosti da qualche parte, magari su uno scoglio o dietro un cespuglio. Per me tutto questo è davvero triste».
Beh, ma non se l’aspettava con la sua nomina?
«Non così. È davvero una brutta sensazione, perché capisci di far parte di un sistema in cui si è costretti a non poter essere più una persona normale, con le tue abitudini di sempre. Come si fa a capire i problemi reali dei cittadini e a confrontarsi con loro?».
Quindi ora smetterà di andare in motorino e userà la macchina blu?
«No, assolutamente. Continuerò a girare in motorino, lo faccio da una vita. Vorrà dire che troveremo milioni di mie fotografie ovunque… Pazienza, prima o poi si stancheranno».
E continuerà ad andare allo stadio a vedere la sua amata Roma?
«E certo. Mica sono diventata laziale».
Più volte ha detto che mai si sarebbe immaginata di fare il ministro e poi così giovane
«È vero, non me lo sarei mai aspettato. Certo, ho cominciato a fare politica giovanissima, avevo 15 anni, e non ne sono più uscita. Ma questo non perché abbia mai pensato che la politica potesse essere il mio mestiere: la considero ancora solo un pezzo della mia vita».
Ha già presentato il suo planning di lavoro?
«Sì e prevede, sostanzialmente, quattro obiettivi: la rivoluzione del merito; il diritto al futuro, affrontando la questione precarietà a 360°; la valorizzazione della meglio gioventù; il protagonismo generazionale».
Qualche giorno fa è morta una ragazza per aver preso una pillola di ecstasy in discoteca. E questo è un fenomeno sempre più dilagante.
«Davanti ad una tragedia come questa bisogna fermarsi e riflettere. Soprattutto, perché, quello delle droghe tra i giovani, è ormai un problema culturale, nel senso che si innesca con una debolezza culturale di questa generazione. I giovani sono bombardati da messaggi sbagliati, del tipo “fai così e sei più figo”. In più, spesso, non hanno punti di riferimento, vivono situazioni di disagio, non si sentono all’altezza. Così si pensa che prendere una pillola, aiuti a superare tutti questi limiti e ti faccia diventare più “figo”. Ed invece proprio il contrario, se la prendi sei uno “sfigato”».
Passiamo a cose più frivole. Che farà nella sua prima estate da ministro?
«Non so ancora se riuscirò ad andare in vacanza perché ho tante cose da fare. Spero però di riposare e di leggere tanto».
A proposito di libri, ha un libro da suggerire ai ragazzi?
«Beh, sicuramente un bel romanzo, l’estate è il periodo ideale. Penso, “L’ombra dello scorpione” di Stephen King: un libro molto divertente, con una bella metafora della lotta del bene contro il male».
A Silvio Berlusconi, che libro regalerebbe per le sue vacanze?
(Sorride). «Gli regalerei l’ultimo libro del Dalai Lama. Così, magari, si convince a non andare all’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino».
Ne regala anche uno a Veltroni?
«Certo. Sicuramente l’ultimo di Giulio Tremonti».
Perché?
«Perché gli serve un buon manuale di economia, visto che gli mancano le basi, tanto da non rendersi conto del “buco” che ha lasciato a Roma».
Un libro anche per il sindaco di Roma.
(Pausa di riflessione). «Un bel libro d’amore, in modo da solleticarlo un po’ sul suo lato emotivo più di quello razionale. Mi viene in mente “Il Dio del fiume” di Wilbur Smith».
Come le sembra Silvio Berlusconi, che molti definiscono in «nuova versione»?
«Trovarsi alla terza esperienza di governo, con un prestigio internazionale maturato nel tempo, con le grandi aspettative dei cittadini e il grande consenso ricevuto, tutto questo sicuramente lo porta ad essere ancora più determinato nel fare, che poi è quello che vuole la gente».
Ministro facciamo il gioco della torre. Sabina Guzzanti o Marco Travaglio?
«La Guzzanti. Io e Marco Travaglio siamo amici».
Walter Veltroni o Francesco Rutelli?
«Alla fine butterei Rutelli. Non ci sono motivi particolari, solo per una questione di simpatia».
Luxuria o Santanchè?
(Sospiro ironico). «Non saprei. Ho letto che Luxuria andrà all’isola dei famosi. Mi sembra che entrambe siano vittime di un’eccessiva voglia di apparire».
Quindi dice no alla Santanchè nel Pdl?
«Era abbastanza prevedibile che avrebbe cercato di rientrare».
Articolo di Giancarla Rondinelli tratto da Il Tempo del 28/07/2008
Creare per i giovani il mercato del merito
17 luglio 2008 ore 12:20 pm | In Interviste | Nessun commentoTag:Droga, Giovani, Merito, Meritocrazia, Piano casa
Il ministro Giorgia Meloni spiega al Corriere Canadese la sua strategia per sostenere i cittadini di domani
I giovani sono la grande risorsa del Paese. Un capitale su cui investire. È così che vede le nuove generazioni la giovanissima neo “ministra” alle Politiche per i giovani, Giorgia Meloni.
Quello che ricopre è un ruolo strategico per guardare al futuro e al Corriere Canadese spiega i suoi principali obiettivi per questa “missione” appena iniziata.
Tra le linee guida della politica del ministro Meloni spiccano la volontà di studiare strumenti concreti e quella di far trionfare la meritocrazia, in tutti i settori, partendo proprio dalla scuola.
Giorgia Meloni punta molto anche sulla mobilità intellettuale. Vede l’estero come un luogo di crescita per i giovani italiani, ma sottolinea le difficoltà del “rimpatrio” ovvero di un adeguato inserimento nel mondo del lavoro italiano. Tra i progetti per il futuro la volontà di favorire l’integrazione tra i ragazzi di origine italiana nel mondo, anche con la realizzazione di una conferenza universale dei giovani italiani.
Lei è il ministro più giovane della squadra Berlusconi, che cosa significa per lei questo ruolo?
«Non considero la mia giovane età come un titolo di merito. In qualche modo il mio ministero rientra, con alcuni altri quali la Salute o l’Istruzione, nel campo di quelle competenze ampiamente sociali che vedono coinvolti tutti i cittadini e che dunque impongono una responsabilità e una trasparenza ancora maggiori. Diciamo che “sfrutterò” la mia coetaneità rispetto ai giovani di cui sono stata chiamata ad occuparmi, cercando di offrire loro un aiuto partendo dalla mia condizione personale. Inoltre la mia esperienza di dirigente di un’organizzazione giovanile mi ha imposto di tenermi costantemente al corrente e di impegnarmi nelle tematiche più calde. Però non vorrei affrontare la questione giovanile esclusivamente in termini problematici vorrei, anzi, valorizzare i giovani come risorsa per la nazione, come un capitale sul quale investire».
Il ministero per le Politiche giovanili è stato istituito dal governo Prodi. Quali sono le differenze tra voi e chi vi ha preceduto?
«Come dicevo, i giovani devono essere considerati un capitale “naturale” del quale il Paese deve tenere conto non semplicemente in una ottica di giustizia sociale, ma proprio per il ritorno che i cittadini di domani potranno fornirci in termini di innovazione, di produttività, di crescita culturale, di sviluppo sociale e di progresso economico. Vorrei che ci fosse una discontinuità sostanziale rispetto al vecchio governo su tutte quelle misure “una tantum” che ritengo inadeguate alla soluzione dei mille problemi che affliggono i giovani. Questo vale anche per tutti i giovani italiani nel mondo che finora non sono stati valorizzati debitamente. Oggi i nostri connazionali sono inseriti a tutti i livelli nelle società dove hanno scelto di vivere e si tratta di un patrimonio che non abbiamo mai saputo sfruttare a vantaggio di tutti. Non dobbiamo allentare questo legame di sangue che ci unisce, anzi dobbiamo irrorarlo continuamente. Proprio come fanno altre comunità nazionali, etniche e religiose. In particolare, intendo favorire l’integrazione tra i giovani italiani nel mondo. Di concerto con il sottosegretario Alfredo Mantica, stiamo proprio in questi giorni curando la realizzazione della prima vera conferenza universale dei giovani italiani che sono nati e vivono all’estero. Sarà un’occasione preziosa per fare il punto della situazione e studiare le migliori iniziative da porre in essere nei prossimi anni».
Quali sono a suo avviso i principali problemi del mondo giovanile?
«Il considerare i giovani come risorsa vuol dire garantire loro una effettiva, piena potenzialità. Un mercato del lavoro che consenta un ricambio generazionale comporta una disponibilità delle generazioni precedenti che talvolta manca. Il mercato immobiliare, ad esempio, ha vissuto anni di crescita speculativa, senza che da parte delle amministrazioni si delineasse una strategia di avvicinamento alla domanda, composta in parte proprio dai giovani che cercano di realizzare una loro indipendenza domiciliare. L’offerta di vendite e di affitti è al di fuori della loro portata, tranne che per coloro che hanno una famiglia in grado di supportarli. Il governo Berlusconi ha inserito nel Dpef il “piano casa” proprio per garantire il diritto alla casa alle categorie più deboli della nostra società. Tra queste, le giovani coppie a basso reddito e gli studenti fuori sede».
Lei ha dichiarato che i giovani italiani sono abituati al sistema malato delle raccomandazioni e che bisogna intervenire in maniera concreta contro questa abitudine alla scorciatoia. Come?
«Molti problemi dei giovani e del Paese nascono da una sorta di inquinamento culturale, che è in qualche modo il brodo di coltura delle scelte errate dal punto di vista professionale e personale. Le faccio un paio di esempi. Si formulano spesso ipotesi di riordino del comparto scuola-formazione, insistendo sugli aspetti della meritocrazia, della esigenza di premiare il valore, di qualificare l’offerta formativa per avvicinare il mondo accademico e scolastico a quello del lavoro, colmando un vuoto oggi molto ampio. Ma, probabilmente per populismo, non si chiarisce che la dinamica del mercato prevede un ruolo attivo della domanda e dunque, se gli studenti e le famiglie non pretendono una formazione severa, selettiva, assumendosi gli oneri conseguenti in termini di impegno, nessun miglioramento sarà mai possibile. I genitori devono imparare a scegliere le scuole in base alla reale capacità che esse offrono di selezionare gli studenti in base al merito e di premiare i migliori con reali opportunità di ingresso nel mondo del lavoro e della formazione superiore. Se chiedono facili promozioni e solidarizzano con i figli contro gli insegnanti a prescindere avallano la tendenza lassista di cui le strutture formative sono già impregnate, nel tentativo di garantirsi un consenso ampio, maggiori iscrizioni e con ciò finanziamenti più alti. Tutto diventa una gara al ribasso. Un fenomeno analogo si verifica nel mondo universitario e delle professioni: atenei, ospedali, sono spesso sotto inchiesta per casi di baronato, di notabili che si accerchiano di fedelissimi non sempre capaci ma ai quali li lega un rapporto di parentela o di interesse privato. Quando queste metastasi emergono ci scandalizziamo. Ma se gli assistenti, i ricercatori, i giovani precari inseriti nel sistema ai gradini più bassi continuano a compiacere i loro baroni di riferimento, per paura di essere cacciati o nella speranza di avanzare in carriera, il sistema resterà immutato. Dobbiamo tutti renderci conto che l’esigenza di moralizzazione, premessa ineludibile di un miglioramento del percorso che porta i giovani all’ingresso nella società, richiede anche da parte nostra, di ciascuno di noi, una profonda autocritica e un atto di coraggio».
L’Italia ha assistito e assiste ad una continua “fuga di cervelli”. Che cosa dice ai giovani che sono costretti a lasciare il Paese per cercare di svolgere il loro lavoro?
«Chiariamo intanto che la mobilità intellettuale, di per sé, non soltanto non è un male, ma anzi rappresenta un passaggio fondamentale della crescita professionale e culturale del giovane. Non deve dunque spaventarci l’esperienza che molti ragazzi, spesso i più brillanti, conducono oltre confine. Il problema è quello del saldo passivo, pesantissimo, che vede il sistema Italia attrarre pochissimi cervelli stranieri, poiché sono sgomentati soprattutto dalla farraginosità burocratica, più ancora che dalle condizioni non competitive sul piano retributivo e dalla mancanza di facilities, e quello del non ritorno dei nostri giovani dopo un primo step all’estero. I problemi sono essenzialmente: difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro e di avanzamento di carriera. Si può decidere di attendere fino a 35-40 anni per una stabilizzazione se, dopo, si è sicuri di scalare gli altri gradini velocemente e con forti miglioramenti salariali. Oppure, al contrario, ci si può arrendere a una lenta progressione in cambio di un accesso celere. Da noi si verifica l’intreccio più penalizzante, retribuzioni basse e precariato prolungato sine die. Di nuovo, mi chiedo se ci rendiamo conto che questo comporta, per una sorta di risparmio immediato nell’investimento, un danno esponenzialmente maggiore in futuro, quando questi cervelli rendono con gli interessi al Paese che li accoglie. Capovolgere la nostra attuale miope visione comporta però – ribadisco – una assunzione corale di responsabilità, accettare che la condizione per un sistema meritocratico davvero premiale è una selezione inflessibile».
La droga è un problema ancora attuale e che spesso riguarda proprio il mondo dei giovani, come intervenire?
«La droga sta cambiando drammaticamente, nel senso che non è più una modalità di evasione conflittuale dalla realtà, una forma di opposizione e di fuga insieme dalla normalità, ma è entrata nella normalità stessa, è stata accettata. La droga oggi è il tiro di coca del weekend, la pasticca da pochi euro mixata con il vinaccio da due soldi comprato prima di andare in discoteca, è la poliassunzione, è la cannabis dilagata a livelli endemici nella comune considerazione che tanto più o meno si tratta di una sigaretta. E poi, purtroppo, la droga è aumento degli incidenti stradali mortali e non, delle crisi famigliari a volte risolte in un fatto di sangue, delle crisi cardiache correlate all’uso di coca… Ma a tutti fa comodo girare la testa e far finta di niente. Per questo credo che non sia un dramma da affrontare in termini generazionali: il tossicodipendente cronicizzato, l’età media degli utenti di Sert e comunità è salita a 35 anni, va di pari passo con l’abbassamento dell’età della prima canna. Il fenomeno richiede una risposta complessiva e coordinata che sia insieme repressiva e di supporto solidale al disagio, non di mera riduzione del danno».
Istruzione e formazione sono strettamente legati al mondo dei giovani. Quali sono i principali problemi?
«Mi pare che il ministro competente, la collega Gelmini, si stia muovendo bene. In tal senso vedrei bene un sistema di premio al merito e al bisogno – che, ricordo, è statuito anche dalla Costituzione – con la previsione anche di un aumento consistente dei costi diretti di iscrizione e frequenza di scuole e università, da cui poi scalare in base al reddito familiare e personale e al successo didattico. Forse non riflettiamo abbastanza sul fatto che un sistema apparentemente gratuito e qualitativamente livellante costringe le fasce meno abbienti, che in proporzione abbandonano prima gli studi, a pagare le strutture utilizzate dalle famiglie con maggiore reddito».
Ci sono dei Paesi da prendere ad esempio per le politiche giovanili? Se sì, quali e perché?
«Sarebbe facile rispondere i Paesi del Nord Europa, da sempre avanzati sul piano della garanzie sociali, ma anche la Francia per alcune misure molto minute di assistenza alle giovani coppie che stanno mettendo su famiglia. In minor parte gli Stati Uniti, dove è senz’altro invidiabile la facilità per i giovani di fare ingresso nel mondo del lavoro e dove vige una certa meritocrazia, anche se troppo condizionata dalle imprese. Però gli Usa hanno un mercato del lavoro del tutto diverso dal nostro in cui esodi e rientri sono continui e comunque, anche lì, non privi di risvolti drammatici, con esuberi di lavoratori anche maturi che faticano a reinserirsi. Quello che è più preoccupante è che anche Paesi in via di sviluppo ed emergenti come Cina e India, e in generale quelli estremo orientali, adottano una politica d’innovazione e di investimento nella formazione che è più dinamica della nostra. Detto ciò, credo che l’Italia abbia un dna positivo sul quale può fare affidamento e nel quale la tutela della famiglia, anche come supporto sociale, è un valore da non disprezzare».
Giovani e politiche. Oggi assistiamo a un rapporto conflittuale. Perché un giovane dovrebbe avvicinarsi ad un partito politico?
«La mia esperienza personale è in questo senso molto particolare: a 31 anni ho speso metà della mia vita in politica attiva e credo che questo mio particolare curriculum abbia giocato un ruolo nella scelta di chi mi ha voluto in questo posto. Invito tutti i giovani che vogliono migliorare il loro futuro a prendersene carico pienamente, non solo sul piano della formazione privata ma anche su quello dell’impegno pubblico. Winston Churchill osservava acutamente: “Puoi anche disinteressarti della politica, ma la politica comunque si interesserà di te”. Tanto vale prendersene cura e provare a farne una migliore di quelle fatte in passato».
Data pubblicazione: 2008-07-17 Articolo di di LAYLA CRISANTI
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=76888
Droga. Meloni: Lavorerò con Giovanardi per riaprire dipartimento
15 maggio 2008 ore 8:35 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni | 1 CommentoTag:Droga
Roma, 15 mag. – “Accogliamo con favore la proposta di Carlo Giovanardi di riaprire il dipartimento nazionale per le politiche antidroga, chiuso dal governo Prodi, nonostante gli importanti risultati raggiunti”.
E’ la presa di posizione di Giorgia Meloni, ministro per le Politiche giovanili, secondo cui il dicastero da lei guidato “e’ pronto ad offrire la sua completa collaborazione, affinche’ la struttura di supporto possa trovare una collocazione e un dimensionamento adeguati, nonche’ un’operativita’ immediata”.
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