Discorso di Giorgia Meloni al Congresso PDL

2 aprile 2009 ore 1:22 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Saluto quella che ho di fronte, che è già una bellissima realtà italiana, dal punto di vista
sociale e politico. Governa la nazione, piccoli borghi, grandi città, province e regioni, viene
ammirata come importante forza europea, ed è presente nell’immaginario collettivo,
soprattutto grazie alla popolarità del premier Silvio Berlusconi. E oggi, con la traduzione
organizzativa di questa bella intuizione politica noi compiamo il passo definitivo nella
realizzazione di un soggetto che fa già la storia di questa nazione, ma che soprattutto
ambisce a lasciare di sé una traccia di benessere e dignità che duri nel tempo. E voglio
ringraziare Gianfranco Fini e tutta la Comunità che lo ha accompagnato in questo percorso,
perché se dentro questo progetto c’è la destra italiana con il suo orgoglio e la sua identità
lo dobbiamo soprattutto alla loro lungimiranza e alla credibilità che hanno costruito per se
e per la propria gente.
Oggi nasce il primo partito italiano dell’era moderna. Non una zoppicante sintesi di
interessi, o la somma delle idee che hanno segnato un secolo ricco di fermenti culturali e
politici, ma ormai finito, come il novecento, né tantomeno il furbo restyling di una classe
dirigente, magari uscita sconfitta dalle urne. No, oggi diamo vita a un movimento del
futuro, nel quale l’unica sintesi possibile è quella tra la modernità delle idee, delle soluzioni,
e l’amore per la grande tradizione del popolo italiano.
E lasciatemi dire una cosa, che mi è capitata ancora qualche giorno fa in tv. Mi provoca
profonda tristezza vedere gli uomini della nostra sinistra spellarsi le mani per applaudire
quelli che da fuori, senza conoscere l’Italia, le sue esigenze o i suoi problemi, sono sempre
pronti a darci lezioni di civiltà. Io rivendico che l’Italia è una nazione sovrana, e i suoi
rappresentanti – che li si condivida o no – sono eletti dalla sua gente e per questo
meritano rispetto. Sempre. Perché in patria possiamo confrontarci anche in modo aspro e
vigoroso, ma altra cosa è compiacersi degli insulti all’Italia che dovessero venire da un
qualche ministro della giustizia brasiliano, o da un commissario europeo spagnolo, oppure
dalla bella ma sprovveduta moglie di un pur bravo presidente della repubblica francese.
Questo sentimento si chiama orgoglio nazionale, senso di appartenenza, ed è purtroppo
ancora estraneo alla cultura della sinistra italiana, così abituata nel novecento a chiedere
aiuto a potenze straniere per affermarsi all’interno dei suoi confini nazionali – costringendo
il nostro popolo a pagare per questo un prezzo di libertà altissimo – da non riuscire ancora
oggi ad amare l’Italia più della propria ideologia.
Anche per questo credo che, invece, la ragione sociale del PDL debba essere proprio quella
di interpretare l’identità più profonda del popolo italiano. Ma esiste una identità nazionale
definita e tangibile? Esiste un comune sentire fatto di valori, tradizioni, speranze che
attraversa l’intera penisola, che risale monti e vallate, sfiora le nostre coste, che si infila nel
traffico delle nostre grandi città e poi si immerge nelle tranquille acque del Mediterraneo?
Io credo di sì. La nostra cultura nazionale è il prodotto di una mescolanza furiosa di
elementi comparsi via via nel corso dei secoli, che ci appartengono e ci guidano anche se
non li abbiamo studiati sui libri di scuola.
Perché per riconoscere la tensione spirituale che abbiamo dentro non c’è bisogno di aver
letto la Summa Teologica di San Tommaso, basta ascoltare la sensazione di pace che
provocano le campane della domenica mattina. Così come non c’è bisogno di conoscere le
Istituzioni di Giustiniano per apprezzare l’ordine delle leggi e le libertà che queste
garantiscono.
Questo senso comune è molto più profondo di quanto lo snobismo della sinistra italiana
voglia credere. È qualcosa di semplice, pulito e onesto come il pranzo della domenica in
famiglia, il tifo sfegatato per la nazionale di calcio, ma anche l’indignazione per un episodio
di mala sanità o la rabbia della gente in strada di fronte alla notizia di una violenza
vigliacca che ha per vittime due ragazzini a cui hanno distrutto la loro prima storia
d’amore, e forse la vita stessa.
Per questo mi piace credere che il Pdl possa invece essere anche la dimora del senso
comune degli italiani, dove non si ha paura di sporcarsi con la realtà di tutti i giorni, di
passare per retrogradi o populisti, perché si ha la consapevolezza di essere veri,
autenticamente popolari.
Credo che la dizione Popolo della Libertà possa e debba racchiuderne molte altre. Tra
queste, PDL può e deve significare anche Popolo della Legalità. Perché noi siamo tutti figli
di Paolo Borsellino, e perché dove regna la legalità vince la sicurezza dei cittadini più
deboli, vince l’economia sana che produce ricchezza, vince l’amministrazione pubblica che
crea sviluppo, vince il talento dei più bravi. Il Popolo della Legalità deve essere in guerra
contro camorristi e mafiosi di ogni specie, contro la criminalità che giunge da fuori per
dare l’assalto alle case degli italiani, contro gli speculatori col colletto bianco. E questo
significa anche attenzione a certe candidature, perché poi le azioni devono rispondere alle
idee.
E poi questo può e deve essere il Popolo dell’Ambiente, della difesa della terra e
dell’acqua, e ancora il popolo del merito. Vogliamo graffiare via, uno per uno, tutti gli
ostacoli che dal ‘68 ad oggi sono stati posti sulla strada dell’affermazione del talento e del
carattere di ognuno. Perché contrariamente a quanto ci viene detto da quarant’anni, la
meritocrazia non esclude ma include, perché consente alle persone di affermarsi in ragione
di quello che sono e non in ragione di quello che hanno.
Ma anche qui, passare dal declamare un valore a costruirlo significa battersi contro le
rendite di posizione, i privilegi, le caste. Guardo in questi giorni, compiaciuta, le baronie
che hanno messo in ginocchio l’università italiana tremare di fronte ai provvedimenti del
governo e aspetto di vedere tante altre oligarchie travolte dalla rivoluzione del merito che
l’Italia aspetta da decenni. E credo che sarebbe un bel segnale in questo senso anche
ripensare l’attuale legge elettorale, per dare la possibilità agli italiani di scegliere da chi
farsi rappresentare in parlamento e ai parlamentari di misurarsi con il consenso degli
italiani.
Lo dico anche in relazione alla questione giovanile. Perché non considero un caso che
mentre gli under 35 eletti in parlamento sono il 5% quelli eletti negli enti locali, dove ci
sono le preferenze e i voti devi andarteli a prendere uno per uno, siano invece 27.000, oltre
il 20% del totale.
Allora questo è anche quello che ci chiedono i giovani italiani. Non quote gialle o corsie
preferenziali, nessun sei politico, nessun aiutino, ma la possibilità di misurarsi sul terreno
del merito è quello che chiedono questi ragazzi esattamente quarant’anni dopo quelli che
nel ’68 gridavano “Largo ai giovani” ma ora blindano la propria posizione sociale.
Credo che la gioventù italiana possa rappresentare un incredibile valore aggiunto, e vorrei
che questo fosse anche il Popolo della Gioventù, non in senso anagrafico, ma nel senso di
uomini, donne ed azioni politiche orientati ben al di là della prossima scadenza elettorale.
Il Popolo della Libertà non vuole rinunciare al contributo di energie, freschezza e idealità
che può arrivare da questa giovane generazione, come dimostra anche il bel segnale dato
ieri con l’apertura di questo congresso. Motivo per cui considero fondamentale l’esistenza,
nel PDL, di un movimento giovanile che si rispetti. Un movimento giovanile non
indipendente, ma tanto autonomo da eleggere dal basso i propri dirigenti perché possano
essere credibili. Tanto libero da poter rappresentare un laboratorio politico e culturale,
costruire sintesi, produrre avanguardie. Tanto forte da poter rappresentare il luogo
privilegiato dal quale attingere per schierare la futura classe dirigente del partito e della
nazione.
Ecco che cosa è il Popolo della Libertà. Non un ammasso di identità diverse e inconciliabili,
ma un luogo nel quale idee e valori sanno convivere con delle persone in carne e ossa.
E’ il popolo di Silvio Berlusconi, per fortuna, ma anche di militanti, dirigenti, semplici iscritti
e gente comune, che spende tanta parte della propria vita in un tentativo generoso di
riscatto per il proprio quartiere, la propria città o regione, per l’Italia.
E’ il popolo di quei ragazzi e di quelle ragazze in divisa che rischiano tutti i giorni la propria
vita nelle periferie degradate d’Italia, come nel deserto polveroso dell’Afghanistan.
E’ il popolo di quegli operai a cui una certa cultura sindacalista ruffiana preferisce pagare il
viaggio a Roma ed il pranzo al sacco per tirare la volata ad un partito politico in campagna
elettorale, piuttosto che difendere davvero i loro diritti e la loro incolumità.
E’ il popolo di quegli insegnanti e studenti che per troppi anni hanno subito la prepotenza
culturale e talvolta fisica di alcuni loro colleghi spalleggiati da una cultura arrogante,
faziosa e violenta.
E’ il popolo di quegli imprenditori italiani che guardano dritto in faccia questa crisi
maledetta e non abbassano lo sguardo, sfidandola con genio e coraggio.
E’ il popolo di quei lavoratori precari che come guerrieri senza patria combattono una
battaglia per la sopravvivenza, cambiando continuamente città e mestiere e ricominciando,
ogni volta, la loro vita da capo.
E’ la casa degli italiani che sono tali non solo per nascita, ma per scelta, libera, volontaria,
quotidiana. Italiani perché ogni giorno contribuiscono al progresso della nostra terra, a
prescindere dal colore della pelle o dalla nazione di provenienza.
E’ anche il popolo di quella suora che per diciassette anni ha accarezzato il volto di una
donna incapace di muoversi ed di parlare eppure ancora in diritto di essere amata.
Il Popolo della Libertà è il partito del futuro con solide radici nella tradizione nazionale.
Ambiente, legalità, merito e gioventù, saranno le idee nuove da incardinare in un impianto
di valori antichi come la sacralità della vita e l’amor di patria.
Consentitemi allora di chiudere con una citazione che io considero una sorta di promessa
da fare tutti insieme all’alba di questa nuova grande avventura. In una lettera indirizzata al
figlio poco prima di essere giustiziato per aver disertato l’esercito austriaco perché voleva
combattere con il nostro tricolore, l’irredentista Nazario Sauro scrisse poche semplici
parole: “su questa Patria giura, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per ben
comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.


Giorgia presenta il sito del Ministero della Gioventù

23 ottobre 2008 ore 7:10 pm | In Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Benvenuti! Da oggi è on line il sito del Ministro della Gioventù. Poche parole, quelle necessarie, come è prassi nel mondo del web.

C’era l’esigenza di ridefinire le competenze di un dicastero precedentemente accorpato con lo sport, e c’era il desiderio di creare uno strumento utile per portare l’Istituzione a diretto contatto con la generazione di cui si occupa. Abbiamo immaginato un luogo che avesse ben poco di virtuale, ma che fosse impregnato di vita reale. Per questo, abbiamo evitato una comunicazione unidirezionale, della serie: “vi facciamo vedere noi come si fa”. Piuttosto abbiamo scelto di coinvolgere direttamente la gioventù italiana nella stessa sfida: partecipare al destino della propria generazione e contestualmente a quello della propria comunità nazionale. Si tratta certamente di una “rottura” con i meccanismi consolidati della comunicazione istituzionale. D’altra parte, ci è stato dato di vivere in un’epoca di grandi difficoltà sotto tutti i punti di vista, sociali, affettivi, economici e culturali, e come si suol dire: “l’unione fa la forza”. Se non siamo capaci di solidarizzare trasversalmente alle idee di ognuno, se non siamo in grado di valorizzare il contributo di tutti, allora siamo destinati a venire sopraffatti da questo tempo vigliacco, come individui e come generazione. Per questo, abbiamo realizzato un sito aperto, vivace, una sorta di piazza virtuale dove sono affisse le informazioni istituzionali e dove è possibile scambiare liberamente opinioni e proposte. Dove il futuro non si sogna, ma si costruisce giorno per giorno. Insieme.

tratto da www.gioventu.it


“La giovane destra italiana dal ghetto al governo del Paese” articolo di Giorgia Meloni estratto dal libro “La Fiaccola Tricolore” di Fabrizio Tatarella

8 ottobre 2008 ore 12:56 pm | In Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Di Giorgia Meloni
C’era una volta un atleta sbruffone che affermava di aver fatto un salto favoloso mentre si trovava nella città di Rodi, e di poterlo dimostrare in qualunque momento esibendo dei testimoni.

Racconta Esopo che un ascoltatore impertinente gli disse che non era necessario chiamare i testimoni, ma bastava ripetere il salto ora come se si trovasse a Rodi.

“Hic rodus, hic salta”, furono le sue parole.

Mentre attendevo il mio turno per giurare come ministro della Repubblica, mi sono ricordata di questa favola di Esopo. Forse perché davvero mi sembrava di essere in un racconto di fantasia, sicuramente perché avvertivo il peso di una responsabilità enorme: dimostrare all’Italia e alla storia che, messi alla prova dei fatti, i ragazzi della destra italiana non falliscono il salto.

E’ davvero gravosa la consapevolezza che attraverso di me si chiuda un cerchio. Per molti italiani sarà qualcosa di oscuro o indifferente. Ma per noi, per una comunità umana e politica, che è passata attraverso l’inferno della criminalizzazione civile, dell’emarginazione sociale, giurare come ministro della Gioventù d’Italia non può essere un mero passaggio burocratico. Tante storie di gioia e dolore, mille momenti di paura e speranza si sublimano in questa piccola, grande vittoria collettiva.

Molti di coloro che leggono queste righe hanno iniziato la propria avventura politica in Azione giovani, nel Fronte della gioventù, o nella Giovane Italia. Organizzazione giovanile della destra italiana non è mai stata una delle tante. Non è mai stata una mera fucina di politici o di professionisti in carriera. Anzi, spesso la militanza giovanile ha comportato brutti voti a scuola, esami insuperabili, i rimproveri dei genitori, brillanti carriere spezzate, e a volte, giovani vite spezzate. Insomma il ghetto, come hanno detto e scritto in tanti. La nostra militanza giovanile è da sempre un percorso esistenziale, prima che politico, tanta rabbia ma anche tanta allegria, e, sempre, una grande impaziente voglia di mettersi al servizio dell’Italia. Questo spiega perché mi emozioni profondamente ritrovarmi a rappresentare le istanze di tutti i giorni del nostro popolo al Governo della nazione. Dal ghetto al governo, in mezzo scorre un fiume di ricordi e di attese. Ho parlato di vittoria, ma imprudentemente perché ci attende la sfida del fare, altrettanto difficile.

Oggi siamo chiamati alla costruzione: sociale, culturale e politica. Cosa c’è di più divino – nel senso autentico del termine – dell’atto creativo, piccolo o grande che sia da poter proporre e comunicare a chi verrà dopo di noi? In esso si condensa la metafora della vita. Donare, agire, intraprendere: questi sono i verbi che possono unire l’impresa e la solidarietà in una nuova filosofia sociale.

La nostra destra deve portare al governo della nazione la rivoluzione del merito e della concretezza, individuando, ad esempio, gli strumenti più idonei per consentire alle giovani coppie di pensare il proprio futuro, immaginare una famiglia e dei figli, senza dover sfuggire dalle responsabilità e trovando finalmente una classe dirigente che si preoccupi seriamente di un’Italia nella quale non si fanno più figli, avviata verso una inevitabile decadenza.

Mi auguro che la politica pieghi il sistema creditizio alla necessità di agevolare chi, pur nella precarietà della condizione lavorativa, voglia ugualmente comprare una casa, senza le speculazioni e i tassi altissimi che hanno messo in ginocchio gli italiani.

Mi batterò perché il Ministero della gioventù, come mi piacerebbe si chiamasse da ora in poi, non sia soltanto un posto in quota An all’interno del Consiglio dei Ministri, ma uno strumento capace di incidere, in grado di costruire cose e servizi destinati a durare nel tempo e ad essere realmente utili alle giovani generazioni. Casa, lavoro, accesso al credito, formazione, incentivi alla maternità. Questo ci chiedono, questo dobbiamo riuscire ad offrirgli. Ma c’è anche altro.

In un ideale, approssimativo manifesto d’intenti sento il dovere di offrire rappresentanza ad una generazione che non è fatta soltanto di carnefici annoiati, “fatta” di droghe in generale, percorsa da fremiti violenti di alcuni ultras negli stadi o dei bulli nelle scuole, sedotta dall’esempio di “veline e tronisti”, del tutto priva di una missione, spirituale o politica che sia. Questa è l’immagine che frequentemente viene utilizzata per raccontare i giovani italiani.

Io non so se questa generazione sia migliore o peggiore di altre che l’hanno preceduta, ma sono certa che abbia creatività, forza ed energia visionaria in quantità per avere un ruolo da protagonista nel presente della sua epoca. Troppo spesso si vorrebbe invece relegarla in un futuro incerto, distante e indistinto.

I giovani italiani non sono uno, non sono una massa confusa priva di individualità – positive o negative – da maneggiare con paternalismo e milizia. Sono tante esistenze più o meno difficili che cercano di ritagliarsi uno spazio dignitoso e nel contempo di partecipare al destino della propria Terra. La politica non deve offrire loro privilegi o “aiutini”, (“tutto e subito” si diceva quarant’anni fa), ma responsabilità e considerazione, esigendo in cambio un contributo significativo per il progresso del proprio popolo. Su questo punto si consuma la nostra “rottura” con un passato fatto di misure episodiche, di corto respiro e facile consumo, che non alleviano la fatica della vita, se non per pochi effimeri attimi. Su questo punto si “parrà la nostra nobilitate”. Una politica autenticamente di destra è quella che riesce a leggere in profondità quanto proviene dal popolo e lo trasforma in “carne e sangue”, ma è anche quella che sa porsi come punto di riferimento culturale in un epoca di relativismi e qualunquismi.

La “dolorosa tensione dei contrasti” di jungheriana memoria potrà sciogliersi in una “melodia infinita” solo se tutti insieme sapremo cogliere questa opportunità, e se anche Azione giovani, senza perdere la voglia di provocare e stimolare, si sentirà responsabile di questo passaggio epocale.

Tanti cortei, infiniti manifesti e volantini dopo, il ministero della Gioventù è oggi uno strumento nuovo e prezioso nelle nostre mani per fare la storia, e poi “lasciare un segno” vero, profondo del proprio passaggio. Eccola la nostra sfida.

Ecco il nostro salto.

(articolo pubblicato da Area e da Puglia d’Oggi nel giugno 2008)


La fiaccola tricolore - Libro di Fabrizio Tatarella

Copertina del Libro "La fiaccola tricolore" di Fabrizio Tatarella

Alucne informazioni sul libro dal quale è stato tratto l’articolo
“LA FIACCOLA TRICOLORE”
IL LIBRO DI FABRIZIO TATARELLA
Intervista esclusiva a Fini ed interventi di Alemanno, Gasparri, La Russa e Meloni per un saggio sulla storia della giovane destra

E’ stato presentato a Roma, nel corso di Atreyu, Festa nazionale di Azione Giovani, “La Fiaccola Tricolore: antologia della giovane destra italiana dal dopoguerra ad oggi” (Edizioni Nuova Stampa Bari, pag.324, euro 13), il nuovo libro del direttore del bisettimanale Puglia d’Oggi e della rivista Millennio Fabrizio Tatarella.

Con l’autore presente anche il prof. Alessandro Campi, Direttore scientifico della Fondazione FareFuturo e intellettuale di riferimento della destra italiana, che ha curato la prefazione del testo.

In oltre trecento pagine sono ripercorsi, con dovizia di particolari e documentate fonti bibliografiche, i sessant’anni del più importante movimento giovanile politico italiano. Dalla Giovane Italia ad Azione Giovani, un’evoluzione, quella dei giovani di destra, partiti neofascisti e ora prossimi a confluire nel Pdl, e in Europa nel Ppe, arricchita da fotografie e spiegata da racconti inediti dei protagonisti di epoche diverse.

Il saggio, infatti, è impreziosito dai contributi dei segretari nazionali di ieri del movimento giovanile della destra, da Pietro Cerullo per la Giovane Italia, a Massimo Anderson per il Rsgl e Giuseppe Tagliente per il Fuan, e dagli autorevoli interventi degli ultimi leaders del Fronte della Gioventù, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno e il Presidente dei Senatori del PdL, Maurizio Gasparri, e dell’attuale Presidente di Azione Giovani, e Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.

La presentazione del lavoro, che contiene anche un’intervista esclusiva al Presidente della Camera dei Deputati, in passato segretario del FdG, Gianfranco Fini, è affidata al Reggente nazionale di An, nonché Ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Oltre alla postfazione di Italo Bocchino, Vice Presidente Vicario del Pdl a Montecitorio, anche una riflessione del giornalista e scrittore Angelo Mellone.

Il libro di Fabrizio Tatarella a Roma è disponibile esclusivamente presso la LIBRERIA ARION MONTECITORIO in Piazza montecitorio 59


Strumentalizzazione in atto sulla diatriba fascismo-antifascismo

17 settembre 2008 ore 10:02 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Notizie, Scritti da Giorgia | 1 Commento
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Carissimi,

credo che a nessuno di voi sia sfuggito il tentativo di strumentalizzazione messo in atto sulla antica diatriba fascismo-antifascismo ai danni di Azione giovani, anche per qualche nostra ingenuità.
Ero convinta che il comportamento di migliaia di ragazzi nell’incontro con il presidente Fini ad Atreju avesse rivelato alla politica e al mondo dell’informazione qualcosa di più del nostro modo di essere e di pensare. Così non è stato. Così non si è voluto che fosse.
Ritengo dunque opportuno intervenire, anche per non essere ingiustamente attaccati in nome di cose né dette né pensate.
Non cadete nel tranello. Siamo stati e restiamo gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella giustizia.
Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della propria gioventù per difendere questi valori, al punto che se oggi qualcuno si mettesse in testa di reprimerli – come avviene in Cina, a Cuba o in altre parti del mondo – noi li difenderemmo con la vita. Sono i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione e che sono propri anche di chi ha combattuto il fascismo.
Certo, c’è stato anche un antifascismo “militante” in nome del quale sono stati uccisi presunti fascisti e anche antifascisti, sono stati infoibati vecchi, donne e bambini, sono stati eliminati ragazzi di sedici anni che avevano come unica colpa quella di far parte della nostra organizzazione. Certo, ancora oggi, in nome dell’antifascismo “militante” ad alcuni di noi viene impedito di andare a scuola, all’università, al cinema.
Si tratta della mia obiezione ed è la stessa di Gianfranco Fini che, ad Atreju, ha operato questa distinzione, parlando di un antifascismo democratico e uno non democratico, ovvero di una parte di questo fenomeno nei cui valori ci riconosciamo e di un’altra parte le cui gesta sono distanti anni luce dai principi nei quali crediamo (e nei quali dovrebbe credere anche l’altro antifascismo). Noi rifiutiamo ogni forma di violenza, oppressione e intolleranza.
Gianfranco Fini ha operato questa distinzione senza soffermarcisi perché voleva che il suo giudizio sul fascismo fosse chiaro, netto, definitivo. Sapeva che molti di noi sarebbero stati feriti da questo atteggiamento, ma non ha voluto blandirci come fossimo ragazzini inconsapevoli. Sapeva di avere davanti gente piena di dignità, giovane e matura nello stesso tempo. Ed è quello che siamo.
E allora guai a offrire pretesti a una sinistra terrorizzata dall’impossibilità di utilizzare ancora contro di noi quella carta jolly rappresentata dall’accusa di fascismo. Guai a farci mettere ancora sotto accusa da chi, per storia, ha decisamente poche lezioni da offrire. Così da poter essere finalmente noi a chiedere conto del perché, ancora oggi, non una parola di solidarietà venga spesa dai sedicenti democratici quando i ragazzi di Ag vengono aggrediti o le loro sedi date alle fiamme.
E adesso, per favore, basta.
Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. Mi rivolgo a tutti, dentro e fuori da Azione Giovani, dentro e fuori da An, dal Pdl, da Montecitorio, dalla politica italiana intera. Pietà! Siamo nati a ridosso degli anni ’80 e ’90, siamo tutti protesi anima, cuore e testa nel nuovo millennio. Dobbiamo respingere insieme questo tentativo di rinchiudere quella meravigliosa gioventù che svolgeva poche ore fa la più grande manifestazione giovanile d’Italia in uno spazio angusto di quasi cento anni or sono. Ragazzi, stiamo vincendo e questo non va giù a una sinistra sempre più priva di risposte concrete e suggestioni efficaci. Che ha completamente perso il contatto con la nostra generazione e ora cerca di costringerci all’interno di una galera civile per evitare che il nostro amore possa continuare a contagiare altri giovani italiani.
Non ne posso più di parlare di fascismo e antifascismo, e non intendo farlo ancora. Voglio fare altro, occuparmi di questo presente e di questo futuro. Come ognuno di voi, voglio fare politica nell’Italia di oggi, per dare una speranza all’Italia di domani.
Tutto il resto è noia.

Giorgia Meloni

Lettera pubblicata su www.azionegiovani.org


Meloni: “Chi usa la violenza è uno sconfitto”

4 settembre 2008 ore 2:25 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Scritti da Giorgia | 3 Commenti
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«Chi pratica la violenza politica, per qualunque ragione o ideologia, è uno sconfitto». Lo scrive, in un intervento in prima pagina sul quotidiano ‘Liberazione’, il ministro della Gioventù e presidente di Azione giovani Giorgia Meloni, parlando dell’aggressione subita pochi giorni fa da tre militanti di sinistra nel quartiere Ostiense a Roma, di ritorno da un concerto in memoria del loro compagno Renato Biagetti, ucciso a coltellate due anni fa sulla spiaggia di Focene.

«Non sfuggo – scrive la Meloni – al mio dovere di replica. Non ho fatto particolari dichiarazioni in merito all’odioso episodio semplicemente perché non avrei aggiunto nulla a ciò che dichiaro instancabilmente da più di dieci anni».

«Dunque, senza reticenza alcuna – scrive ancora la Meloni – sono a ribadire una volta ancora quello che è il mio pensiero in proposito. Chi accoltella un paio di ragazzi che tornano a casa dopo un concerto è un vigliacco che testimonia la propria disfatta esistenziale, oltre che politica. Si tratta di un concetto su cui ho fondato la mia militanza civile e non ho certamente cambiato idea».

«La verità è che di solito preferisco non limitarmi ad un comunicato stampa, ma fare qualcosa di più. Per esempio, preferisco organizzare un incontro come quello di due anni fa (definito ’storico’ da molti giornali, compreso Liberazione) tra Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini, proprio all’indomani dell’omicidio di Renato Biagetti. Fu un’occasione importante – conclude Meloni – per parlare e capire come il confronto politico non dovesse mai più tornare quello insanguinato di trent’anni fa».

Segue il testo completo della lettera:

…Segue – Meloni: “Chi usa la violenza è uno sconfitto”…


An ruba Bennato alla sinistra Al Pd restano i «vecchi» Pooh

27 agosto 2008 ore 4:26 pm | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Interviste, Podcast, Rassegna Stampa, Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Edoardo Bennato

Il rocker che con l’«Isola che non c’è» divenne simbolo delle lotte antagoniste canterà per i giovani di destra

Un tempo erano Solo canzonette. Adesso, visto che la politica si fa sempre più deideologizzata, un gruppo musicale conta più di una identità o di un simbolo. E dunque, fra le notizie dell’estate c’è anche questa, uno strano scambio di affiliazioni. Mentre la festa democratica di Firenze arruola i Pooh come gruppo di punta della kermesse del Pd, la Festa di Atreju, quella dei giovani di An che si svolge tradizionalmente a Roma, fa un colpo gobbo, e porta sul suo palcoscenico nientemeno che Edoardo Bennato. Lo fa, con la consapevolezza di aver infranto un altro mito: «Sono molto contenta che mentre loro si prendono la nostalgia incanutita dei Pooh, noi arruoliamo le chitarre ribelli di Bennato», come spiega il ministro Giorgia Meloni, regista dell’iniziativa.
La Meloni, scaramantica, ha spettato di firmare il contratto, prima di dare l’annuncio. E ovviamente precisa: «Non voglio minimamente arruolare Bennato in una appartenenza politica, registro con piacere che ha gradito il nostro invito, che gli fa piacere suonare anche per noi. Questo gli fa onore, per la sua storia, e anche per la qualità della sua musica». Ovviamente il ministro ha ragione, se non altro perché la storia di Bennato si è spesso incrociata con quella della politica: abbiamo ricordato cento volte come uno dei suoi più grandi successi raccontava anche della rottura con i manager delle «feste di partito» e L’isola che non c’è per lungo tempo fu la canzone bandiera di tutta la sinistra alternativa degli anni ’80. Bennato fu oggetto anche di un «derby» a sinistra quando il suo Ok Italia fu esaltato dai socialisti di Bettino Craxi e fortemente censurato dal Pds di Achille Occhetto. Si diceva che era un inno all’edonismo, al consumismo, una sofisticata apologia del Bettino premier. In tempi più recenti, ma sempre ancora una volta a sinistra, Bennato cantò per i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, accettò di fare da testimonial in nome delle cause ecologiche e ambientali che gli sono sempre state a cuore. Addirittura, il ministero dell’Ambiente preparò delle strisce a fumetti che esaltavano il suo «natura rock». Oggi la Meloni dichiara il suo orgoglio per averlo scritturato e spiega: «Non so se posso dire che la nostra è una battaglia culturale, ma sicuramente ci fa piacere averlo, perché è molto più vicino alle corde dei giovani di An la sua poetica dell’utopia che le melodie per sessantenni dei Pooh. Non c’è nessuno scippo, il nostro non è un dispetto culturale, è piuttosto il prodotto di un fenomeno che sta accadendo nella politica: la sinistra perde identità e cerca sicurezza nel porto conservatore, noi cerchiamo di rappresentare il rinnovamento e quindi ci avviciniamo alla musica di un ribelle del rock».
In un Paese melodico come l’Italia è vero che la canzonetta ha sempre rappresentato la continuazione della politica con altri mezzi. Sicuramente fra gli elementi di immagine che hanno accompagnato la vittoria del centrodestra, c’è stata l’incredibile canzone (Menomale che Silvio c’è) di Andrea Vantini. Così come ormai è assodato che Michele Apicella – di cui sta per uscire un altro cd a quattro mani con Silvio Berlusconi – è uno degli uomini simbolo dell’immagine berlusconiana. Davide Van Der Sfroos, cantautore folk lombardo, è stato scelto dalla Lega come proprio beniamino. Con Ivano Fossati, invece, accadde addirittura che un brano non politico, La canzone popolare, sia diventato successivamente l’inno dell’Ulivo di Romano Prodi in campagna elettorale. Nel presentare la festa del Partito democratico, un neodirigente di quel partito come Luca Sofri, però, teorizzava la discontinuità canora: «Basta con gli Inti-Illimani, serve qualcosa che rappresenti una sinistra più moderna come i Radiohead».
Gli Inti-Illimani, il gruppo cileno rimasto intrappolato fuori dal Cile nel 1973, dopo il golpe di Pinochet, divennero la bandiera delle feste dell’Unità di un tempo, salivano su tutti i palchi con il loro poncho, cantavano l’esilio, gli orrori della dittatura, il sogno della giustizia sociale e avevano accompagnato tutta la campagna elettorale di Salvador Allende. Divennero così onnipresenti che perfino un cantautore di sinistra come Lucio Dalla arrivò a criticarli con un verso celebre: «Che palle la musica andina». In questo terremoto di simboli che la politica di oggi vive, si passa dalla loro canzone militante, allo sconfinamento nel campo avversario, visto che i Pooh, da sempre, sono uno dei pochi gruppi musicali dichiaratamente schierati a destra. Chissà se la sortita della Meloni susciterà reazioni, chissà se il contropiede della politica produrrà nuovi arruolamenti. Grande è il disordine sotto il cielo: Lorenzo Jovanotti è stato pubblicamente elogiato dal ministro della Cultura Sandro Bondi, e fra l’altro ha raccontato ad «A», il settimanale di Maria Latella, che la candidatura della Madia gli ha fatto passare la voglia di votare Pd. Nessuno ha mai quantificato se le note si traducano in voti, di sicuro, un colpo come quello di Bennato produce immagine. Che poi forse è la stessa cosa.

Articolo di Luca Telese tratto da Il Giornale n. 204 del 2008-08-27 pagina 6


Insisto: all’Italia serve il quoziente familiare

1 agosto 2008 ore 10:29 am | In Comunicati Stampa e Dichiarazioni, Notizie, Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Non è vero che i giovani non desiderino i figli

Quando penso all’istituzione familiare, mi tornano sempre in mente le parole di Giuseppe Mazzini, quelle che appresi a scuola tra la frenesia e la noia che hanno solitamente gli adolescenti quando ascoltano svogliatamente i propri insegnanti: “La famiglia è la patria del cuore”. A distanza di anni ho riscoperto il senso di quelle poche, semplici parole. Solo con la maturità ho potuto comprendere come il nesso tra patria e famiglia fosse così intimo e così indissolubile. Ma, d’altra parte, tra i ricordi di scuola conservo memoria anche di una frase di Martin Lutero che rappresenta al meglio questo nesso: “La famiglia è la fonte delle fortune o delle sfortune dei popoli”.
Eppure, famiglia e società, all’interno della storia, si sono condizionate vicendevolmente. Per alcuni questo assunto è privo di particolari preoccupazioni: è un semplice dato di fatto. Per altri, certamente per me, è invece un dato che deve farci riflettere ed operare di conseguenza.
Proprio sulla base di queste convinzioni profonde, nel corso della passata legislatura, ho presentato una proposta di legge che aveva come obiettivo quello di fornire supporto alle famiglie, soprattutto a quelle numerose, perché potessero affrontare con minori angosce la sfida coraggiosa di crescere i propri figli. Molti dei contenuti di quel mio progetto sono diventati oggi parte del programma di governo e spero che si possa lavorare in quella direzione. Troppo tempo è già andato perduto.
Altri paesi europei si sono già posti seriamente il problema e sono sempre più convinta che anche in Italia le politiche a sostegno della maternità e della natalità siano ormai diventate un’assoluta priorità istituzionale. L’Italia, oltre ad avere la popolazione più vecchia d’Europa, registra un tasso di natalità tra i più bassi del mondo.
Ma perché la gente non fa più figli in Italia? Non credo affatto che sia una questione di volontà. Credo piuttosto che anche i giovani italiani desiderino dei figli, ma che lo considerino ormai un vero e proprio lusso. Prendere coscientemente la responsabilità di creare una famiglia sembra diventato un atto eroico per le nuove generazioni.
Che fare, dunque? Un modello che considero molto positivamente è quello francese. Da molti anni ormai, in Francia, è stata avviata una politica per la famiglia fondata su incentivi economici, maggiore flessibilità nei congedi di maternità e di paternità e aumento esponenziale della disponibilità di posti negli asili nido a tariffe sostenibili. Queste misure hanno consentito di raggiungere, già in brevissimi tempi, un tasso di natalità a livelli decisamente superiori rispetto alla media europea. Insomma, in fondo, non occorre essere particolarmente originali: qualche volta basta copiare bene dalle nazioni che hanno ottenuto i migliori risultati.
Le idee non mancano: come quella di dare spazio agli asili di condominio gestiti a turno da una madre, la cosiddetta baby sitter di pianerottolo, pagata per il servizio dallo Stato. In Francia questo esperimento è riuscito benissimo ed è ormai utilizzato su larga scala. In Italia invece è rimasto al livello di pochi ma riuscitissimi esperimenti come quello di Reggio Calabria dove il sindaco Giuseppe Scopelliti ha sperimentato con successo l’asilo di condominio. Malgrado i problemi logistici e soprattutto burocratici.
Alle famiglie potrebbe essere garantito ogni genere di aiuto concreto sui generi di prima necessità: dai pannolini al latte in polvere. Come pure un sostegno per la retta dell’asilo e i libri di testo per tutta l’età dell’obbligo. Infine, l’allargamento del congedo parentale anche ai padri.
Una delle proposte che mi sta particolarmente a cuore e che credo possa essere applicata con successo in Italia è il sistema del quoziente familiare, ovvero una tassazione proporzionata al numero dei figli. Il sistema è semplice: più figli si hanno, meno tasse si pagano. In pratica la somma dei redditi è suddivisa per tutti i componenti della famiglia.
Tutte queste iniziative erano contenute nella mia proposta di legge e nascevano dal confronto con le associazioni operanti nel settore. Possono ancora costituire un valido punto di partenza per un confronto con le altre forze politiche, con l’auspicio che si possa creare un vasto fronte trasversale per una maggiore tutela della maternità e per un rilancio delle politiche a favore della natalità.
Sono convinta che la maternità – intesa nel suo significato di valore sociale – debba tornare al centro dell’agenda politica anche in Italia e che non si possa perdere il treno rappresentato dal governo del quale faccio parte. E’ l’impegno che prendo con il nostro popolo, con i suoi giovani. E’ l’impegno che ho preso con me stessa.

Articolo di Giorgia Meloni pubblicato sul sito www.piuvoce.net il 31 luglio 2008


Giorgia Meloni su Mussolini – Castro

10 dicembre 2006 ore 12:13 am | In Notizie, Scritti da Giorgia | Nessun commento
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Leggo dalle pagine del Corriere della Sera che il partito di maggioranza relativa che esprime una pletora di ministri e parlamentari della Repubblica ritiene sbagliato accostare Mussolini a Castro perché, mentre il primo è arrivato al potere attraverso una marcia, il secondo lo ha fatto attraverso una rivoluzione. …Segue – Giorgia Meloni su Mussolini – Castro…

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